*

Tibor Imre Baranyi

 

La nonesistenza del niente

e la realità del giusto sforzo

 

"[….] perché ci esponiamo al pericolo continuamente?

Ogni giorno sono esposto alla morte [….]"

1Cor 15,30-31

Il mondo moderno, imbevuto della falsa idea del progresso e dello sviluppo, nonché di materialismo empirico, ha creato l'esistenza di un "qualcosa" che ha denominato il niente. Il "niente" è un concetto (entità) di superstizione —propone un nostro amico—, il quale è in grado di terrorizzare grandi masse di uomini, fungendo da entità della coscienza che prolifera esclusivamente nei pensieri incontrollati e fatti entrare dall'esterno e di cui esistenza, nell'era presente, quasi tutti sono convinti. Forse non è sorprendente che il concetto del niente ha fatto una carriera talmente suggestiva solo nel mondo moderno. Il mondo tradizionale, circa fino al momento che la modernità non prendesse il sopravvento, non conosceva il concetto del niente, né la sensazione oscuramente drammatica dell'annientamento che da esso scaturisce. Non temeva l'annientamento perché questo non esisteva per esso, esperiva tutto, infatti, tutti gli esseri trapassati compresi, come viventi sempre, anche se in una forma cambiata. L'uomo moderno, al contrario, ha il terrore dell'annientamento e pensa ai propri morti come annientati poiché nei suoi pensieri superstiziosi e mantenuti da suggestioni e dall'esterno, per così dire, egli collega l'annientamento con la distruzione di un oggetto, cioè del corpo.

Per il giorno d'oggi, il niente e l'annientamento sono diventati i principali "mantra radicali" (antimantra) della cecaggine dell'era moderna. Per di più, il diventare reale di questi concetti è collegato a delle antiasana —'posizioni (di coscienza)' allineate nella direzione dell'annientamento— le quali, con l'aiuto di forze di suggestione, provvedono al sostentamento, concepito nel senso antiasanico, della sensazione di annientamento. In tal modo, dell'oscurità presente o moderna si può affermare che ha creato un qualcosa di "diabolico", cioè il niente, con il quale riesce a tenere nel terrore, in modo pressoché illimitato, quasi tutti quanti. Questo essere tenuto nella paura può essere concepito in modo che nel retroscena delle manipolazioni di suggestione che tessono la rete del mondo moderno sta, infine, il terrore del niente e dell'annientamento, in quanto pseudocreazione antimagica di un antidio che realizza tutte queste manipolazioni. In altre parole, producendo il concetto del niente, che ha collegato la consapevolezza con lo pseudocentro dell'inconsapevolezza, la cecaggine moderna ha creato quel qualcosa che non ha alcun fondamento reale e cioè l'annientamento nel niente, privo di qualsiasi idea.

Nella concezione tradizionale in pratica non esiste l'annientamento totale postmortale, e ciò è vero anche nel caso di un'anti-iniziazione e antirealizzazione efficace. (Sebbene indubbiamente esistessero ed esistono delle oscure direzioni antirealizzative che mirano proprio all'ottenimento di tale annientamento.) L'annientamento postmortale non esiste. Il precipitamento postmortale nel sostrato simil-melmoso dell'inferno aformale non significa annientamento, rappresenta soltanto una delle modalità inferiori delle possibilità infernali.

La formulazione dell'impossibilità del proprio annientamento non equivale a un ottimismo escatologico infondato. Colui che, nella vita, non sa riconoscersi come Soggetto assoluto o, nel linguaggio religioso, non sa realizzare una vicinanza a Dio, non riuscirà a farlo neanche nella morte né dopo la morte. Le azioni postmortali, oggigiorno, rientrano tra le possibilità estremamente eccezionali, sulle quali l'uomo moderno in pratica non può contare, e così neppure sull'annientamento volontario. Non funzionano a volontà neanche le cose così piccole come il muovere un oggetto senza toccarlo, tanto meno l'annientamento totale il quale, in questo modo, è praticamente un nonsenso. In alcune concezioni si presenta una quasi-minaccia con l'annientamento riguardo all'uomo moderno, ma ciò ha motivi didattici, per così dire. Ma se l'uomo, riferito a se stesso, crede a ciò, questo avrà immani conseguenze antispirituali negative. L'esteriorizzazione immaginaria del mondo postmortale è eseguita da colui stesso che esteriorizza il mondo presente e la qualità di ciò dipende dalle forze di coscienza possedute. Dal punto di vista dell'ordine esistenziale, la situazione postmortale non sarà migliore di quella premortale — invero, non sarà neanche peggiore. Ed è per ciò che tutte le tradizioni parlano delle possibilità ultraterrene corrispondenti alla e condizionate dalla vita vissuta, simbolicamente del "cielo" e dell'"inferno". Questi non sono luoghi da qualche parte ma stati di coscienza esperibili precipuamente dopo la morte ma in un certo senso già anche nella vita. È superfluo dire che sarebbe un'ingenuità aspettarsi nella morte, la possibilità ultima —"afferrare se stesso in quanto Sé"— descritta, ad esempio, nel Bardo Throsgrol (nel cosiddetto Libro tibetano dei morti), se questa non è realizzata nella pratica, prima della morte, almeno al grado di quasi-attualità. Scendendo un po', ma rimanendo sempre molto in alto, se analogamente uno non sta nel "cielo" già adesso e qualora morisse all'istante, come potrebbe pensare che nell'aldilà (che è sempre la denominazione di uno stato di coscienza seppur basato su condizioni di base differenti) passerà al "cielo"? A questo essenziale riguardo, vale la pena di sollevare una domanda d'introspezione, specialmente nei confronti dell'uomo occidentale dichiarantesi "religioso": quante volte al giorno pensa a Dio? Quante volte, nell'arco della giornata, è conscio del principio dei princìpi? La risposta reale, il più delle volte anche nel caso impegnati o "praticanti", sarà deprimente. E perché mai la situazione migliorerebbe di colpo, dopo la morte?

L'annientamento non esiste, nonostante forze dall'intensità impensabile cercano di farlo credere ormai con tutto il mondo terreno e umano, e il successo di questo far credere per suggestione costituisce le fondamenta dell'oscurità moderna.

La lotta contro le suggestioni antitradizionali, tra le quali l'insegnamento "diabolico" dell'annientamento, fa parte di un'attività eroica posta su basi sacrali. Mettendo da parte qualsiasi moralismo da piccolo borghese, si può riflettere sul perché di tanti film di guerra, di avventura e di criminalità, in cui qualcuno viene ucciso circa ogni minuto e dove la persona uccisa è quasi sempre un "perdente". Questa suggestione invasiva, a parte essere "eccitante" e perciò redditizio per i produttori, partecipa nella diffusione della stessa falsa idea dell'annientamento.

Questo credere nella "possibilità" del proprio annientamento, in quanto paura e terrore, è esso stesso una vera e propria discesa all'inferno. L'uomo portatore-di-Soggetto o avente un'anima spirituale immortale, può veramente arrivare a tale ubbia soltanto come risultato finale negativo di una serie multigraduale del non-sapere (avidja) metafisico. Nella valanga di suggestioni del genere è veramente difficile comprendere e realizzare il contrario di tutto ciò, dalla qual cosa, però, risulta una totale assenza di paura, anche nei confronti della morte. Questa paura e questo terrore, d'altronde, costituiscono la sostanza dell'anima del tipo d'uomo moderno, liberale, opportunista, conformista ed evitante i conflitti.

*

 Róbert Horváth dice, a proposito del mistero principale dei templari, Baphomet, che "tramite esso (o usando il suo simbolismo) portarono l'iniziando cavaliere fino a tale »orrore«, »oltre il quale non vi è più basso«. Se il cavaliere credette veramente e poi comprese che oltre quello stato non vi è, non può esservi, uno ancora più basso, questo lo investì di una coscienza d'invulnerabilità; coscienza alla quale, tra le altre cose, i templari dovettero la loro efficacia militare e aspirazioni combattive. Il »niente« di cui si scopre che non è niente, e il »niente« di cui si scopre che non è possibile in senso assoluto, in sé, questo niente, dunque, può assumere, insieme alle »esperienze d'annientamento«, propriamente una »funzione baphometica«, (per non parlare dei suoi effetti purgativi sull'ordine di vita generale). Acciocché il niente non sia possibile, però, bisogna arrivare a riconoscimenti danteschi. Dante, riguardo alla profondità ultima dell'Inferno, con l'aiuto del suo Maestro si rese conto che l'inferno non aveva fondo, che egli l'ebbe già oltrepassato. Ne scrive in quella Commedia che, secondo alcuni, è un'opera d'iniziazione templare:

 

»'Prima ch'io de l'abisso mi divella,

maestro mio', diss'io quando fui dritto,

'a trarmi d'erro un poco mi favella:

ov' è la ghiaccia? e questi com'è fitto

sì sottosopra? e come, in sì poc'ora,

da sera a mane ha fatto il sol tragitto?'

Ed elli a me: 'Tu imagini ancora

D'esser di là dal centro [il centro della Terra, secondo Dante è il punto più profondo dell'Inferno], ov' io mi presi

Al pel del vermo [=Satana] reo che 'l mondo fòra.

Di là fosti cotanto quant'io scesi;

quand' io mi volsi, tu passasti 'l punto

al qual si traggon d'ogne parte i pesi.ü«

(Inferno, XXXIV, 100-111)

 E Parmenide dice:

»Infatti l'essere è, il nulla non è« (frammento 6, 1-2), e »Perché non potrà mai venire imposto che esistano cose che non sono« (frammento 7, 1)."

 *

 Esiste un tipo di esperienza vicino alla morte nella quale l'uomo, insieme all'interezza del mondo, viene inghiottito da un vacuo dal carattere melmoso, oscuro e senza fondo. Come causa del quasi-inghiottimento da parte di questa "melma" oscura, bisogna rilevare, a fianco o all'interno del non-sapere (avidja) metafisico, l'estrovertersi della coscienza. Quell'estrovertersi ontologicamente "patologico" o, per usare il linguaggio cristiano, realizzato nel peccato originale —e, discendendo col tempo, per oggi diventato del tutto generale—, il quale ha carattere prevalentemente non teorico ma esistenziale, per così dire. Quando la "melma" si presenta, nel momento della morte al più tardi, è questo estrovertersi ontologico che rende l'esperienza della morte indescrivibilmente atroce e orrendo simile al timor panico, e che probabilmente impone anche la paura della morte che significa terrore inerente all'ubbia dell'annientamento.

È terribile immaginare ciò che significa tutto questo per il comune uomo d'oggi, quali "prospettive" ha egli per affrontarlo, e probabilmente è questa insolutezza fondamentalmente catastrofica e la fuga da essa, simile alla fuga di Delfine davanti a Pan, che si cela dietro le basi dell'intero mondo moderno e che è il suo misterioso generatore latente nel buio. È difficile rendersi conto di tutto ciò e pure viverlo nella sua forma elementare dove enormi forze di coscienza e d'anima entrano in azione, come anche del fatto che ciò che qua, in modo giusto o sbagliato, viene chiamato "melma", non è un'ultima realtà che inghiottisce tutto, anche "me stesso". Tramite l'acume appropriato, posso riconoscere che può esistere una "melma" cosmica-metacosmica che inghiottisce tutto l'universo, una che è lo stato terminale del mondo dissolventesi nel centro della coscienza e ritraentesi in esso, il macabro caput mortuum ('testa di morto') subformale degli alchimisti — e ci sono io, che vivo-sperimento questo inghiottimento riguardante il tutto-totale. Questo Sé ormai non è teorico ma conosciuto per via della verifica a livello pratico-vissuto concreto e dell'esperienza. Come un'inondazione inghiottente-risucchiante l'uomo nella morte, come una precipitazione e un vortice nero opaco traente verso il basso senza fondo, la "melma" —che fenomenologicamente e nella sua intensità, invece, è un indescrivibile quasi-niente e "annientamento"— è la forma probabilmente meno traslata di quella forza o essere che tradizionalmente viene chiamato "satana". Ma essa comunque non è semplicemente "satana" o se lo è, non funziona in alcun modo come "realtà ultima". In un certo senso, qua culmina il processo di "drenaggio di forza" in atto attraverso i mondi, dalla "melma" fino all'io metafisico o Sé.

*

Le prospettive dopo la morte dipendono dalle forze spirituali di cui si prende possesso nella vita. Naturalmente, tutto ciò è riferito —lungo la conoscenza interiore— anche all'intero corso della conoscenza, della realizzazione spirituale o della vita religiosa. Sono scientisti o di visione "scientifica" coloro che tengono il sapere sempre "nella testa", che "ragionano" e sono "assennati" e distaccatamente razionali. Basta questa capacità, per far funzionare tutto l'armamentario tecnico moderno. Tutto ciò che coloro hanno nella testa riguardo alle caratteristiche e alle leggi del mondo esterno ed eventualmente alla verità spirituale, non ha quasi alcun effetto positivo trasformativo, sulla loro esistenza. Oggigiorno, milioni si occupano di religione anzi di "esoterismo" e di "spiritualità", "fanno yoga", "sedute zen" e "meditano", in questo modo. Nello stesso tempo, però, sono fedeli servitori della corruzione dell'esistenza e del mondo moderno che costituiscono l'antitesi dell'essenza originale di suddette attività. S'ingannano dicendosi che durante e oltre il loro lavoro, essi in realtà "si occupano di altre cose", che essi sono "diversi" e che quel lavoro è necessario, quasi marginalmente, solo per il loro sostentamento. In teoria. In testa. Passati 10-20 anni, invece, si meravigliano di non arrivare da nessuna parte. Ciò che costruiscono nella loro vita nascosta, nel loro hobby —cioè alla messa domenicale o al corso di "yoga"—, lo distruggono "professionalmente", durante il giorno. Perché non rischiano. Perché non rinunciano a niente. Non recedono dalle fasulle fondamenta di esistenza e non si schierano a fianco alla verità, senza considerare le conseguenze di ciò.

Lo stesso si applica al caso di quei praticanti di arti marziali che praticano solo con il corpo: per quanto diligenti e fanatici possano essere, non arrivano da nessuna parte. Sanno calciare, colpire, tirare, conoscono le forme, ma non essendo uomini di verità, non possono raggiungere a una comprensione più profonda. È all'infuori che cercano l'avversario e lo vogliono combattere con la forza e la forma e così camminano su una falsa via.

Negli insegnamenti d'Estremo Oriente e più precisamente giapponesi, troviamo il concetto di hara —comunemente tradotto come "pancia"— che in realtà non si trova nel corpo ma nella coscienza; la conoscenza scende nel hara se l'uomo elimina, come se praticasse un kata ('esercizio di forma'), il proprio fondamento di esistenza fasullo. Egli scioglie e fa morire (mortificatio) ciò che ha portato con sé con la propria incarnazione, eliminando così gli ostacoli precedenti al punto di partenza (è ciò che esprime, in alcuni sistemi di gradi, l'ordine decrescente dei kyu), e ricrea la propria esistenza da una prima materia pura. Assume la comunità di destino con la verità intuitivamente riconosciuta. Questo non è questione di raziocinio. Metanoia. Conversio. 'Inversione'. Questo, oltre alla compenetrazione supraintellettuale, è un atto eroico della volontà per il quale la luce viene fornita dal perfetto riconoscimento d'essenza. La conoscenza che rimane meramente nella testa, non porta da nessuna parte tranne che al filologismo inaridito e allo sperimentalismo errante. Certamente, tralasciare l'ottenimento della conoscenza teorica è un'impresa senza speranza ancora di più. L'esempio di un grande artista marziale, Don Quijote, mostra bene cosa bisogna fare. Per un certo tempo, bisogna leggere (ascesi gnoseologica), "studiare la letteratura", comprendere le cose e le correlazioni. Dopodiché, bisogna sellare i cavalli e propugnare la verità, confrontandosi con il mondo —nel quale i campi di battaglia, dal più piccolo villaggio fino alla diplomazia internazionale, sono serviti su un piatto d'argento—, mettere alla prova ciò che si ha imparato. Sancho Panza, il prototipo dell'uomo moderno —l'idiota consumista, lo zombie da centro commerciale di oggi—, invece, non capisce a cosa serva tutto ciò, quando si potrebbe starsene a casa nel tepore, vegetare con la pancia piena e senza conflitti….

Ovviamente non tutto ciò che sta nel mondo moderno, è per forza moderno (come sinonimo di oscurità metafisica). Il summenzionato fedele servitore del mondo moderno è riferito a coloro che, volendo o non volendo, tengono bordone al mondo moderno, indipendentemente da cosa fanno e di cosa vivono; più o meno, volente o nolente, ma collaborano con le forze della modernità. La maggior parte dei personaggi pubblici, politici, scienziati e maestri collaborano, nel modo più efficace, con le forze della corruzione di esistenza, ma vi possono essere esempi contrari, e ve ne sono. La maggior parte delle case editrici contribuiscono drasticamente, con le loro pubblicazioni, all'intensificazione del buio coscienziale, ma vi possono essere esempi contrari, e ve ne sono. La maggior parte dei musicisti, bibliotecari, soldati, insegnanti o anche operai sono altrettanto collaboranti —perlopiù da babbeo—, ma vi possono essere esempi contrari, e ve ne sono (sebbene il caso del soldato eseguente ordini diretti è il più problematico di tutti). Infine, tutto ciò è riferito anche alla vita famigliare. Viltà croniche e menzogne di esistenza sono in grado di insinuarsi dietro al pretesto di "ma io ho una famiglia".

Se si può fare qualcosa nell'interesse dei valori e uomini tradizionali, allora vale la pena di farlo, anzi in un certo senso va fatto; se non si può, allora bisogna smettere di farlo. Per questo, il raziocinio e il sapere contenuto nella testa non bastano. Il weltanschauung ('visione/concezione del mondo/esistenza') non è un hobby e la religione non è un passatempo culturale. Giuda Iscariota fu un uomo intelligente ed istruito, uno che oggi chiameremmo scienziato. Eppure tradì il divino. Bisogna porsi la domanda semplice "di cosa vivo?", "al servizio di che cosa sta ciò di cui vivo?". Per riportare una formulazione migliore dello stesso: "Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro: non potete servire a Dio e a Mammona." (Matteo 6,24.) Perché no? Perché se lo fate, fallirete nella vita contrapposta alla morte e nella battaglia contro la morte.

Vi è un punto che di solito non viene compreso: anche la odierna sovversione o corruzione di esistenza è voluta da Dio ("è necessario che avvengano degli scandali" /Matteo 18,7/), come pure la purificazione dell'ordine di esistenza, l'ascensione e la sacralizzazione. Affermare che tutti partecipano in entrambi, è un sofisma vile. Certamente, finché "esistono" il corpo e il mondo, esiste anche la corruzione; in pratica l'uomo in quanto uomo, nasce nel segno di ciò (l'idea del peccato originale si riferisce a ciò). Il punto essenziale è, dove sta il baricentro dell'esistenza e della coscienza, e soprattutto dove viene spostato continuamente e volontariamente. Questo è un problema che non si può evitare. Il compito è la sacralizzazione della mia esistenza e non soltanto lo scambiare i miei pensieri errati con pensieri giusti (weltanschauung giusto), scambiamento che ciononostante è indispensabile. La base funzionale di questo è la vivificazione delle funzioni coscienziali (pensiero, senso e volontà).

 *

 L'esistenza contrapposta alla morte è un elemento basilare dell'esistenza eroica. Fuori, in fondo, non vi è niente da sconfiggere. Il maestro dell'Aiki-do, Ueshiba Morihei dice: "in realtà, siete uniti con il vostro avversario" il che significa —nel caso presente, come esempio illustrativo— che in un certo senso, anche se l'avversario esiste, non esiste indipendentemente da me perché si presenta o emerge nello spazio di coscienza, nel mio spazio di coscienza, tramite una proiezione illusoriamente reale ("eppure in realtà non esiste"). Sulla via del guerriero, ciò avviene (va concepito in questo modo) perché il guerriero possa effettuare la presa di potere sul proprio mondo coscienziale, nel segno della vittoria nell'ordine di esistenza. "Siete uniti con il vostro avversario" significa che l'avversario apparentemente reale è una oggettività della mia coscienza o, se si preferisce, una mia modalità, il/la quale viene mosso/a da me, una volta effettuata la presa di potere sulle funzioni coscienziali ("»l'avversario« si muove insieme a te").

In questo campo, moderni e gli europei non arrivano mai al livello dei veri maestri orientali di una volta, principalmente perché non dedicano il dovuto impegno alla conoscenza dell'essenza spirituale —a fianco e oltre a quella della tecnica— dell'arte marziale studiata. In realtà non hanno idea di ciò in cui consiste veramente questa essenza, oppure se ne hanno, ciò avviene su basi pseudo- e antitradizionali, come una versione estrapolata del New Age. La grande maggioranza, però, concepisce l'arte marziale come qualcosa in cui si ottengono dei risultati dopo tanto tanto allenamento fisico che al massimo viene "allungato" dall'esterno con moraleggiamenti o con "l'etica" (del tipo "non ci si picchia per strada"). Con questo, però, arrivano solo alla crosta della questione. L'essenza del budo o bushi-do non è morale e non è etica ma metafisica e theurgico-magica, nella quale si realizza, quindi, l'unità organica dell'atto eroico (praxis heroiké) e della conoscenza (gnosis). (Del resto, l'aiki-do è per via della sua stessa essenza, è tale da prestarsi particolarmente alla pratica basata su un weltanschauung moderno e deviato, caratteristica dovuta, non da ultimo, al fatto che agli orientali —i quali dovrebbero soprintendere tutto ciò in modo correttivo-critico— manca in qualche modo il senso dell'antitradizionalità.) Tutto sommato, l'uomo moderno in quanto tale è inadeguato a percorrere la via di un'arte marziale tradizionale, da una parte perché, per via dell'ambiente sociale massivamente antitradizionale, ci vuole una vita intera —e pure passata intensamente nel segno della conoscenza—, per rendere il weltanschauung di nuovo tradizionale, e dall'altra parte perché ci vuole (vorrebbe) una vita intera anche per imparare una data forma spirituale a livello di capacità interiorizzata. Queste fanno due vite in totale. Per cui, è inevitabile che uno pratichi o con un weltanschauung inappropriato (e perciò è in grado di capire solo la crosta esterna) oppure, se ha riacquisito il weltanschauung tradizionale appropriato e perciò è in grado di penetrare la sfera dell'essenza, perlopiù è già tardi per iniziare a praticare (per via della brevità della vita umana).

Il "talento" è strettamente connesso con ciò che in Oriente è chiamato svadharma ('modalità di esistenza propria', 'via propria'). Nei rari casi della presa di possesso dei principi metafisici, l'uomo diventa, in una certa misura, "talentuoso" in ogni aspetto, universalmente o sfericamente, per così dire. Trovando e realizzando la propria modalitá di esistenza, però, egli sarà "talentuoso" in maniera eccellente, nell'area formale designata da tale modalità. Questo è un riscontro, per così dire, che conferma che l'essere è nella propria modalità di esistenza e sulla propria via. La propria modalità di esistenza è la concreta rappresentazione formale, su un dato livello umano, della verità universale. Il presupposto del ritrovamento di esso è la liquidazione, nella propria vita, della modernità interna e dello spirito della corruzione di esistenza.

Ma in realtà l'essenziale non sta nel fatto di cosa uno fa (sebbene neanche ciò è marginale poiché ai principali modi di esistenza sociali cioè alle caste sono legate determinate funzioni e viceversa), bensì nel fatto che ciò che fa, orientato verso che cosa, nel segno di che cosa viene fatto. Tramite la metanoia o conversione (esistenziale), l'uomo si volge dalla periferia al centro, mira al centro. Nel caso presente, ciò significa che l'uomo (e mutatis mutandis: personaggio pubblico, politico, dirigente e impiegato, scienziato e maestro, editore e musicista, bibliotecario, soldato, insegnante o operaio) orientato sui valori metafisici deve essere diametralmente diverso dai suoi contemporanei moderni, e non principalmente nella forma (sebbene, in un certo qual modo, anche così) bensì essenzialmente.

Un odierno uomo europeo chiamato religioso è, in quasi tutti gli aspetti essenziali, uguale a uno qualsiasi dei suoi contemporanei irreligiosi. In questo, la diversità deve evidenziarsi marcatamente; in realtà, deve essere diversa con uno scarto di centottanta gradi, per così dire, perché non si tratta di essere un "uomo di verità" e diverso dagli altri, nella testa o "nell'anima", nonostante uno faccia esattamente le stesse cose che fanno i suoi contemporanei e "colleghi" profani, irreligiosi e antitradizionalmente improntati, con il pretesto che uno, il pomeriggio o il finesettimana, va a messa o "fa yoga", tira con l'arco, fa sedute zen, e legge cose serie. Queste non sono degli hobby. Prendere in mano le possibilità postmortali non è un passatempo culturale. Non esiste che il pomeriggio e il finesettimana "realizzo" ma durante il lavoro —considerate le spiacevoli condizioni avverse— "antirealizzo". Non esiste fare l'uomo hobby-tradizionalista da persona privata e fare il democratico populista, mosso da tendenze moderne, da politico. Ovverosia esiste, ma il totale di ciò fa esattamente zero. La stagnazione. La stagnazione, però, in realtà non esiste perché colui che non s'innalza, esaminandosi più profondamente si renderà conto che sta regredendo; indipendentemente da ciò che ottiene nel mondo esterno. In un modo o nell'altro, bisogna far valere il sapere, la verità tradizionale o ideologica, possibilmente dappertutto: prima "nella mia testa" ovvero a livello razionale, poi nel mio ambiente più stretto, poi nell'ambiente più ampio e poi "digerire" (hara) tutto ciò nella totalità dell'esistenza. Il sapere scende dalla testa al hara solo attraverso il cancello dell'esistenza purificata, solo così "diventa sangue vivo". Continuamente e gradualmente, devo mettere alla prova ciò che so e ciò di cui suppongo di sapere e quando qualcosa non funziona, teoricamente bisogna riesaminarlo e poi rimetterlo alla prova in un cerchio più ampio e in sempre maggiori relazioni possibili. Devo aprire e anzi creare aree di esistenza, campi di battaglia che siano appropriati alla mia costituzione (svadharma) e possibilità, e nello stesso tempo devo operare con forze reali. Ed è allora che la teoria diventa autotrasformazione e autosuperamento.

 *     

 La qualità dell'esistenza postmortale diventa reale in funzione della qualità della vita vissuta. Tutti gli sforzi della vita realmente apprezzabili secondo una teoria dei valori, sono conseguenze positive di una vita vissuta in contrapposizione alla morte. È vero quasi con la forza di una legge di natura, che non esiste salvazione automatica e raggiungimento senza fatica, dell'esistenza celestiale. La sfera delle possibilità postmortali dipende dal grado di realizzazione delle forze coscienziali acquisite nella vita e della Soggettività propria ovvero, nel linguaggio religioso, dalla vicinanza con Dio. La realizzazione di ciò è il risultato di una via spirituale tradizionalmente intelligibile o di una vita religiosa (non in modo meramente confessionale ma propriamente re-ligionale). La conseguenza di una vita in cui non si fa niente in questa direzione e che cioè è sprecata, è ciò che tradizionalmente viene chiamato "inferno".

Qualsiasi sforzo, spirituale o addirittura eroico, o anche soltanto un intento per raggiungere una vita di ordine superiore, rimane insensato e inintelligibile da parte di coloro che credono nell'annientamento. Qualsiasi loro intento si presenta solamente per plasmare le condizioni dell'esistenza tra il concepimento-nascita e la morte biologica, per aumentare il grado di godimento della vita dal punto di vista edonistico e conformista. Spirito gregario: pasce, evacua e coita, quest'ultimo con il numero più elevato possibile dei membri della sua razza, del sesso opposto oppure dello stesso sesso, secondo come lo spirito dell'epoca suggerisce. La base ideologica-teoretica della veduta antitradizionale ossia, se vogliamo, i tre dogmi principali della modernità —l'uomo è un animale, il mondo e la società si sviluppano automaticamente e l'uomo si annienta nella morte— sono le credenze più profonde della "civiltà" odierna; naturalmente ognuno, come si suol dire, ha il diritto di abbracciarle come di rifiutarle, e portare le conseguenze della propria decisione.

*

Sebbene nelle odierne democrazie liberali del tipo occidentale si possono esporre pressappoco vedute di tutti i generi, le vedute non compatibili con l'ideologia errata latente nel retroscena del sistema non possono passare dalla posizione emarginata in una posizione decisiva, ovvero lo possono fare soltanto vincendo completamente sul sistema. Sotto quest'aspetto, il democratismo liberale equivale all'altra forma aggressiva del modernismo, alla dittatura totalitaria: sebbene usando mezzi differenti, entrambi vigilano con aggressività dittatoria, sull'inviolabilità delle loro basi ideologiche. La dittatura totalitaria non tollera affatto vedute diverse dalla propria, e all'eventuale comparsa di esse, nella sua primitività brutale, risponde con l'annientamento fisico. Il democratismo liberale più cavilloso, invece, mentre rende possibile la comparsa e l'esposizione di vedute diverse dalla propria —in posizioni strettamente insignificanti—, tramite l'utilizzo sfrenato di mezzi mainstream e di potere, fa di tutto per marchiarle e per ridicolizzarle, insomma, per impossibilitarle: in modo coordinato mobilita, a mo' di arsenale, i vari tipi e gradi delle suggestioni quotidiane e in particolare, dei mezzi di disciplina-coercizione-potere di opinione. Considerato ciò, nel mondo odierno in pratica artificialmente fabbricato, qualsiasi "successo" di ampia portata nel sociale o nella vita pubblica è il risultato della collaborazione, più o meno efficace e solerte, con queste forze, della disponibilità ad essere mossi da loro. Senza riprendere il mondo coscienziale in me stesso, il successo perde la connessione con il reale Valore intelligibile, non hanno niente a che fare uno con l'altro. Il successo ormai non è più collegato neanche con la mediocrità ma con la viltà diventata tendenza, o con il tradimento d'ordine esistenziale, nel caso di uomini con capacità eminenti. Il successo, però, non è sufficiente contro la morte….