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Tibor Imre Baranyi

 

"Sogno di Dio"

Sovranaturale e sottonaturale nella natura

 

 La natura (physis), nella sua accezione originale significava molto di più rispetto a com'è intesa oggi. Oggi significa, perlopiù, il paesaggio, il cielo, le lande selvagge, il mondo animale, vegetale e minerale, ciò che non è "civilizzato" o abitato dall'uomo, ossia certe aree della manifestazione corporea. La natura, però, nella sua accezione originale, non includeva soltanto la totalità della manifestazione corporea, bensì anche i fenomeni del mondo sottile o psichico ("dell'anima"), compreso non soltanto tutto ciò che oggi è chiamato occulto, ma anche l'insieme dei mondi aformali. La natura, che è mutevole e soggetta al cambiamento e i cui fenomeni e manifestazioni sono relativi —cioè nascono, si sviluppano e si degradano—, origina nell'Assoluto, è l'automanifestazione, l'epifania dell'Assoluto. La natura da una parte cela, come per incanto, (māyā) l'Assoluto sovranaturale agli occhi della maggioranza degli esseri naturali, mentre dall'altra parte quasi lo manifesta nella forma delle modalità e dei simboli fino al punto di poter affermare che, nella giusta ottica, tutta la natura parla soltanto di Dio stesso.

La natura da una parte è una caduta e dall'altra un canto trionfale, in funzione della misura in cui la continuità con l'Assoluto, del soggetto della coscienza coincidente con l'esistenza, è diventato lasso, della misura in cui la connessione con Dio si è persa. La natura disorienta e smarrisce e contemporaneamente apre la strada e salvifica. Tutte queste possibilità si realizzano in funzione della vigilanza della coscienza dell'uomo. Se l'indirizzamento della coscienza è centrifugo, cioè si volge dal centro verso la periferia e la consapevolezza dell'autoidentificazione con l'Assoluto si è sbiadita o eventualmente spenta ("Dio è morto"), allora la natura è un labirinto senza via d'uscita la quale prima o poi diventerà privo di vita e ostile: un ostacolo minaccioso, una "fonte di energia" da sfruttare. Se invece la coscienza si volge verso il proprio centro, cioè avrà un indirizzamento centripeto in modo che il suo soggetto attualizza la potenziale autoidentificazione con l'Assoluto, allora la natura si vivifica e si nobilita a essere un maestro d'insegnamenti: diventa una teca viva d'insegnamenti simbolici e indirizzamenti spirituali, piena di luce dello spirito. Nel senso più alto, la natura, in quanto mondo rivelantesi nella coscienza iniziata, è il libro sacro della tradizione primordiale.[1] In questo caso, L'Assoluto si presenta nella natura attraverso la gerarchia dei mondi. Ciò che è di ordine inferiore, rimanda simbolicamente sempre a qualcosa di ordine superiore; reca sempre, nell'adeguata prospettiva, un fenomeno che va oltre a se stesso, ossia è un simbolo vivente. I simboli si sistemano secondo un ordine suprarazionale, nel mondo momentaneamente esistente, e Dio fornisce indicazioni all'uomo viandante e lo istruisce in un modo speciale attraverso questi simboli.

Il dischiudersi, sviluppo e degrado della natura ci parlano della storia eterna della relatività dell'esistenza terrena e corporea. "Ciò che ha un inizio, ha anche una fine", dice il Buddha. Tutto ciò che è nato, poi s'impenna, fiorisce e si degrada, senza la speranza della salvezza dall'annientamento e di una via d'uscita. Soltanto il Testimone a tutto ciò, l'Assoluto eternamente osservatore è inalterato e immutabile: non ha né inizio né fine.

Sotto un esame più approfondito, si può scoprire che anche i colori del mondo rispecchiano l'ordine sovrannaturale. I due colori non-colori sono il bianco e il nero, simboleggiando, rispettivamente, il cielo sovracelestiale e la terra sotterranea non-manifestati: lo yang e la yin, come dicono in Cina, o il purusa e la prakriti, come dicono in India, cioè l'essenza e la sostanza universali, lo spirito e la materia. Quando il cielo sovracelestiale entra nella manifestazione e si oscura alquanto, diventa volta celeste o cielo e l'azzurro del cielo, perché l'azzurro è un bianco disceso (e non sporcato, che invece è il grigio) in maniera speciale. Per contro, la terra sotterranea (l'equivalente della materia), entrando nella manifestazione si purifica o si schiarisce un poco per via del bianco del cielo sovracelestiale e diventa marrone, in quanto terra fertile, o eventualmente giallo come la sabbia del deserto, e in quest'ultima vi è tanto di più dello spirituale, quanto essa è più infertile della "terra nera". Lo spirito, infatti, non è fertile, esso al massimo infertilisce. Il mare è blu perché la sua fluidità rispecchia l'azzurro del cielo, e la montagna lo è perché non è ancora completamente discesa dal cielo e non è ancora diventata terra completamente. Quando l'azzurro del cielo e il marrone/giallo della terra si uniscono, danno il verde, il verde del mondo vegetale. Il tronco degli alberi è marrone perché la terra cerca di uscire attraverso di esso, per ritornare al cielo; e la loro fronda è di un verde tanto più chiaro, quanto è più giovane, quanto è più vicina al cielo. Il rosso, invece, si nasconde in quanto sangue portatore della vitalità dello spirito, si scurisce dalla passione e quando coagula, abbandonato dallo spirito.

Quando, in un momento extratemporale, Dio in quanto cielo sovracelestiale si è fatto cessare di essere in qualità di vuoto, si è creata la terra sotterranea, il "niente" nero. Questo "niente" è niente soltanto attualmente, mentre potenzialmente è tutto. Nella natura, il cielo sovracelestiale e la terra sotterranea e poi il cielo e la terra, vogliono unirsi e si uniscono pure in un'armonia sconfinata. Nell'uomo, invece, l'armonia si rompe perché egli deve scegliere tra il "cielo" e la "terra" e col tempo, avanzando nel ciclo del mondo, s'immerge sempre di più nell'incantesimo oscuro della terra e la sua anima —dove cielo e terra s'incontrano— si oscura: l'uomo diventa materia sempre di più. Il Kali-yuga ("Età Oscura") si presenta anche nella natura manifestata, nella forma di "annerimento" o solidificazione, usando l'espressione di Guénon; il mondo "si solidifica" sempre di più e gli avvenimenti al suo interno obbediscono a leggi fisiche sempre più severe, nell'ambito di una discesa generale. In principio, le leggi cosiddette fisiche non sono coercitive, il mondo assomiglia di più all'immaginazione e al mondo dei sogni, dove gli oggetti possono librarsi in aria, le ferite si saldano, l'uomo può volare sul "tappeto volante" magico e con il potere dell'immaginazione si possono elevare città. "Tiepida brezza montana imbevuta delle fragranze della fioritura primaverile degli alberi di garofano; ronzio di api mellifere e canto di stormi di cuculi neri uditi nell'ombra del rifugio"[2] è la delicatezza e soavità dell'inizio, che è sostituita dalla grossolanità e coagulata solidità della fine: i colori tenui intrisi di bianco, dal grigiore sempre più atono di colori sbiaditi; le fate e i prìncipi, dalle femministe e dai manager, dalle furie siliconate pressofuse su telai di piombo e dai molluschi corazzati testugginoformi. La dominanza del Nord è sostituita da quella del Sud; quella dell'uomo eroico, da quella della donna demoniaca; quella della salute, da quella della malattia; quella dello spirito vivo, da quella della macchina; la musica delle sfere, dal rumore delle macchine; la qualità dalla quantità. Il Paradiso terrestre, immobile e splendente al centro del mondo, da una palla di fango girovagante nello spazio che per puro caso, grazie a un "big bang", ha prodotto le "condizioni di vita" e, nella "lotta per la sopravvivenza", dalle scimmie antropomorfe ha prodotto anche "l'homo sapiens". Il divenire inghiottisce l'Essere (Esse) sempre più voracemente e così lo smarrisce, e ciò prende forma passivamente in quanto il corrompersi dell'esistenza e attivamente in quanto il corrompere l'esistenza. Il processo di discesa non si dimostra soltanto nella società umana ma anche tra le condizioni generali della natura manifestata: in un certo senso —anche se, indubbiamente, in modo più difficilmente ravvisabile— anche all'interno delle diverse specie, ma precipuamente nella scomparsa di forme di esistenza portatrici di idee di ordine superiore, e nella materializzazione di specie portatrici di oscure idee nuove. Il manto erboso diventa un'associazione di erbacce, l'ambrosia diventa una pianta infestante e allergenica, il querceto diventa acacia, il miele delle api estinte diventa dolcificante artificiale, i prati e le rive dei fiumi diventano focolai di zanzare e zecche; la mancanza di elargizione diventa cellula cancerosa,[3] lo spirito diventa materia, l'amore diventa cattiveria, la rinuncia al sé diventa egoismo, l'iniziazione diventa estasi settaria e droghismo, il saggio anziano diventa stupido vecchio — l'elisir diventa veleno.

Quando la consapevolezza dell'identità con l'origine diventa lassa e poi pressoché si rompe (poiché una rottura totale e completa in pratica non può avvenire), la coscienza umana e il mondo si oscurano o possiamo dire che si avvelenano. I veleni non rappresentano semplicemente la mancanza degli elisir cioè non sono sostanze neutre, bensì sostanze agenti attivamente. Il veleno è, allo stesso tempo, mancanza di elisir e antielisir. "L'elisir universale" è naturalmente Dio, e la guarigione è il passo riuscito nella direzione dello stato primordiale. Il veleno più potente per la coscienza è il diavolo stesso, e le sostanze più velenose —come il botulino o l'escrezione della pelle della rana freccia, nel mondo animale— sono soltanto le impronte terrene di ciò.

Le forme di esistenza più fastidiose e più malvagie sono manifestazioni di idee oscure, di "peccati" umani in forme animali o vegetali. Zanzare, mosche, vespe, l'eringio e l'ambrosia infestante etc. non esistevano nell'Età dell'Oro, essi sono, infatti, forme di esistenza tipiche del Kali-yuga. Il Hamvas dice: "Erbacce, batteri e vermi non sono prodotti dell'anima ma si sono creati attraverso la degenerazione dell'anima (degrado, corruzione dell'esistenza)".[4] Siccome, però, non esiste forma di esistenza nociva in toto, da una prospettiva adeguata anche in queste si può scoprire elementi della Provvidenza e della finalizzazione.

La natura non è la vera casa dell'uomo. L'errore di Rousseau è tipicamente moderno: quando l'ordine vitale comune o cittadino si rovescia e diventa insopportabile a causa dell'avanzamento della modernità, allora sorge l'idea del "ritorno alla natura". Per essere esatti, non è la formulazione a essere erronea ma il modo in cui Rousseau la concepisce. L'ambiente naturale degenera e discende insieme all'uomo. L'inquinamento dell'ambiente è un'impronta, nel mondo esteriore, dell'inquinamento della coscienza, allo stesso modo che anche l'immondizia e la spazzatura —fenomeni spiccatamente moderni— non sono altro che precipitazioni terrene dell'immondizia e spazzatura della coscienza dell'uomo moderno. Quando l'idea del ritorno alla natura si propone come ritorno alle "lande selvagge", si tratta di un'idea errata. Se invece per natura intendiamo la natura primordiale o edenica, allora il ritorno in essa, in quanto in uno stato di coscienza, può essere un obiettivo spirituale reale, seppure intermedio. L'uomo non proviene dal basso, ma dall'alto; non dall'alto nel senso fisico ma spirituale. La vera casa dell'uomo non è la natura, sia essa primordiale o edenica, ma il protonaturale o sovranaturale, ed è per ciò che l'uomo non si sente a casa nella natura ma neanche nel turbinio della città, bensì nel santuario.

In contrasto con la generale discesa sempre più accelerata in corso nel mondo, il viandante realizzatore può elevarsi sostanzialmente, qualora, nel percorrere una reale via spirituale, riconduca se stesso nello stato primordiale o anche oltre, nel Sé metafisico. Volendo usare una metafora, è come se egli fosse un uccello che, volando sempre più in alto, guardasse indietro alla terra (intesa come stato di coscienza), e così da sempre più in lontananza e in alto vedesse come il mondo terreno discende sempre più in basso. Se immaginiamo gli yuga ('epoche') come simbolici globi sferici, allora il realizzatore sta nel punto più alto, de facto nel Satya-Krta-yuga (nell'Età dell'Oro) rispetto al mondo manifestato, ma guardando indietro, continua a vedere in lontananza e in basso, che il Kali-yuga (Età Oscura) esiste e si oscura sempre di più. Siccome il suo essere non sta nel Kali-yuga, egli stesso non è sottomesso al Kali-yuga e non lo subisce, eppure, volendo può esperirlo. Da un mondo superiore, tutti i mondi inferiori possono essere esperiti, per cui se uno ha il proprio essere o il proprio centro d'identificazione, per così dire, nell'Età dell'Oro, può esperire tutte le Epoche, cosa che non è vera al contrario. Per gli esseri e stati di coscienza del Kali-yuga esiste solo ed esclusivamente il Kali-yuga (anche se, come succede di solito, non lo chiamano così). Per il realizzatore, dunque, il Kali-yuga esiste e anche non esiste; ma ciò è vero solo in base alla concezione sovradescritta.

Secondo un'altra prospettiva, il mio corpo nato, partendo dal momento della nascita (in proporzione temporali 4:3:2:1), passa attraverso gli yuga o meglio attraverso gli equivalenti microcosmici di essi, e procede ineluttabilmente verso il capolinea del Kali-yuga, cioè la morte corporale. Questo processo, dunque, è un degrado discendente e l'uomo profano subisce esclusivamente questo, dato che s'identifica quasi in toto con il proprio corpo. Di contro, però, avviene o meglio può avvenire anche un processo contrario, processo condotto da me in modo autonomo —in base a una guida e ispirazione Divina—, cioè l'ascesa del mio essere conscio-di-sé, in contrasto al degrado discendente, durante la via spirituale. Diventerò immortale se, nel momento della mia morte, il mio corpo sarà al capolinea del Kali-yuga (e ciò è inevitabile), mentre nella mia esistenza essenziale sono in grado di ritornare all'alba dell'Età dell'Oro. Questa è la realizzazione del grado della nigredo alchimica.

A volte è utile confrontare ciò che è prenatale con ciò che è postmortale: le due cose mostrano un'analogia particolare. Tutti gli uomini nascono piangendo e, più avanti, la causa del pianto apparentemente immotivato dei lattanti è la disperazione per via della perdita del mondo ancora intravisibile dal prenatale. Nella morte l'uomo rimuore nel prenatale. Nessuno ha paura da ciò che è prima della nascita, eppure nella morte, in senso analogico, si "arriva" esattamente là, dove si è prima di nascere. Ciò che nasce, muore pure, ma il testimone della nascita è anche il testimone della morte: non nasce e non muore, è innascibile e immortale, e ciò che si può dire "di esso", è che eternamente è.

La città antica o vera, dove la nomadità della ricerca del Giardino dell'Eden è terminata con successo, ha una dignità maggiore rispetto alla landa selvaggia. La città, però, può rispecchiare qualcosa del sovranaturale attraverso le opere dell'arte tradizionale e la speciale qualificazione o, possiamo dire, sacralizzazione dello spazio, così come può anche diventare un suolo fertile della sottonaturalità. La metropoli moderna, infatti, è esattamente così, sta diventando sempre di più un ghetto infernale meccanizzato, non soltanto per via della comparsa di massa della qualità umana sempre più bassa, il falansterio dei morti viventi o del brutale inquinamento ambientale, ma anche in relazione ai mostri architettonici sempre più obbrobriosi: i cubi di calcestruzzo-acciaio-vetro, e all'invasione dell'escremento del mondo, cioè della plastica (immagine inversa del cristallo). Schuon dice che il calcestruzzo è la pietra desacralizzata. L'edificio cubico di cemento armato, i quartieri di enormi case popolari significano la fine dell'architettura: uno spietato atto terroristico della funzionalità demoniacamente idiota che fa appello alla "soluzione di ripiego". Vivere nella vicinanza della "natura" nel senso più stretto, in questo contesto significa indubbiamente qualcosa di meno peggio, a condizione che non si esaurisce nella lotta permanente per le "condizioni" e "necessità". La telluricità dell'esistenza paesana, la presenza invadente di una comunità profondamente deteriorata, però, molte volte rimane qualitativamente al disotto anche della grigia meccanizzazione e "alienazione" della città. Indubbiamente, la cosa migliore è vivere in un castello o maniero: vicino alla natura (mansuefatta come parco), lontano dalla comunità corrotta, a una distanza tale da sentire il parlare ma non riuscire a distinguere le parole. Ordine di vita restaurato in una comunità reale e non deteriorata, cui apoteosi è la solitarietà sacrale. Nella natura, l'uomo non si sente mai "solo". La solitudine è la vendetta della comunità corrotta sull'uomo che possiede o almeno intravvede l'integrità. La solitudine va trasformata in solitarietà —rendendosi indipendenti dal luogo in cui si è costretti a vivere— poiché è quest'ultima a essere conforme alla situazione ontologica delle origini. Dalla natura, la strada porta in due direzioni: nella sottonatura che è l'antitradizionalismo, la via dell'uomo moderno e il capolinea della superstizione dello "sviluppo" e del "progresso"; e nella sovranatura che è la vita vissuta nel segno dei principi e della realizzazione tradizionali, il ritrovamento della casa vera e originale dell'uomo.

 


  [1] Ciò non è diverso neanche oggi, quando il mondo è in larghe misure "solidificato", per usare l'espressione di Guénon, rispetto alle condizioni delle origini o dell'Età dell'Oro. Per quel che riguarda le scienze moderne cosiddette naturali (biologia, chimica, astronomia, etc.), ciò che esse fanno con la natura è come se uno cercasse di comprendere i "segreti" della Bibbia, esaminando su quale tipo di carta è stata stampata, inchiostri di quale composizione sono stati usati per scriverla, in che modo è stata rilegata, quanto pesa, etc.

[2] Jayadeva Goswami: Gita Govinda Kavyam I, 3-1

[3] Sul piano spirituale, il motivo causale del cancro, una delle malattie più devastanti della nostra epoca, è la scomparsa del zakàt (il terzo pilastro dell'Islam) cioè, nel linguaggio cristiano, dell'elemosina, della donazione, della rinuncia, dell'indulto e dell'accontentarsi di meno (cosa che originariamente non si presentava sul piano morale in quanto qualcosa di "lodevole", ma come quasi naturale dell'autoreductio nel Soggetto). Siccome per il giorno d'oggi questa virtù è praticamente globalmente andata perduta, diventata sconosciuta, scomparsa e anzi considerata una stoltezza, ed è vivida solo l'attitudine di divorare tutto, di impossessarsi di tutto, il tutto-mi-è-dovuto, l'incapacità di rinunciare a qualsiasi cosa e l'accumulo insensato — il "premio" di tutto ciò, sul piano fisico, è il carcinoma.

[4] Béla Hamvas: Naplók [Diari], vol. II. p. 248.